È di pochi giorni fa la notizia della lettera aperta inviata al presidente della Federazione automobilistica internazionale, l’ex ferrarista Jean Todt, con cui Mariann Skar - segretario generale della European Alcohol Policy Alliance (Eurocare) - chiede ufficialmente al circus della Formula Uno di rinunciare alle sponsorizzazioni da parte delle aziende che producono bevande alcoliche.
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Ha fatto molto scalpore, un paio di anni fa, il tentativo dell’ex ministro della salute Renato Balduzzi di introdurre una tassa sulle bevande zuccherate. La reazione suscitata fu così veemente che la proposta venne subito ritirata.
Una consultazione pubblica voluta dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per rivedere le linee guida sulla quantità di zuccheri contenuti nei prodotti alimentari. Ma anche una riforma che, almeno negli Stati Uniti, rivoluzionerebbe l’etichettatura dei prodotti alimentari costringendo le multinazionali ad arretrare di qualche passo sul fronte del marketing più aggressivo.
Informazione scorretta e spesso incompleta, possibili effetti indesiderati (dall’iperattività alle palpitazioni) ma confezioni accattivanti e pubblicità fuorvianti. Nonostante gli avvertimenti di istituzioni, specialisti e ricercatori, il consumo degli energy drink (bevande analcoliche contenenti sostanze stimolanti, destinate a dare carica, forza, resistenza e potenza) sembra non subire gli effetti della crisi.
Mentre per smettere di fumare e per ridurre tra i giovanissimi il rischio di cedere al fascino della prima sigaretta sappiamo che esistono tanti tipi di interventi di prevenzione efficaci, sul fronte delle misure regolatorie la strada sembra ancora piuttosto lunga. Il divieto di fumo nei luoghi pubblici chiusi, l’aumento dei prezzi generati da misure fiscali, il bando alle iniziative pubblicitarie: sono tutti esempi di interventi efficaci che possono avere un considerevole impatto per ridurre i consumi.
Legare il marchio a una strategia finalizzata alla promozione di uno stile di vita attivo, guadagnando visibilità, migliorando l’immagine e contribuendo (in parte) alla salute dei consumatori. Sono sempre più numerose le imprese che puntano sullo sport e sull’attività fisica sia per fare del benessere una leva reale del marketing, sia per salvaguardare o incentivare la propria reputazione.
«Lo scopo ultimo deve essere sempre quello di far stare meglio le persone. La collaborazione e la condivisione sui temi della salute sono necessarie, ma devono rispettare questo presupposto e non avere nulla a che fare con la sottomissione». Margherita Caroli*, specialista in pediatria e scienza dell’alimentazione, ha le idee chiare in fatto di ruoli di pubblico e privato nella promozione della salute. E prova a trasmettere attraverso esempi concreti la sua grande esperienza sul tema.
Sempre più spesso i grandi marchi dell’industria alimentare si distinguono per il loro impegno nel sociale.
Gli ingredienti per la buona riuscita di una partnership efficace e credibile tra un ente pubblico e il settore privato? Ruotano tutti attorno al concetto di coerenza. La scelta dell’alleato è infatti un momento fondamentale della progettualità, perché un accordo sbagliato può compromettere seriamente l’esito del progetto e minare la credibilità dell’istituzione che lo promuove. Bisogna quindi verificare, sempre, l’assenza di potenziali conflitti di interessi o messaggi confondenti.